Da solo e senza Sarah

Racconti horror

Mi sento scosso e spaesato. È come se avessi dimenticato le ultime ore. Avverto un brivido che fa da incipit a un presagio, è come se una tempesta si stesse per abbattere su di me. Non riesco proprio a trascendere da quest’orribile sensazione che mi si è radicata dentro.

È notte fonda e non ricordo nemmeno come sono finito qua. Fa niente, me ne resto un altro po’ qui, all’aria aperta, seduto su una sedia di alluminio nel giardino perimetrale della mia casa a osservare il cielo e le stelle e lo spicchio di luna che si erge maestosa. Nel frattempo penso e cerco di ricollegare la mia ansia a qualche evento che non riesco proprio a ricordare. Vani tentativi, sarà per la stanchezza o l’insonnia o la notte fonda avvolta da un assordante silenzio.

Quando per puro caso mi volto, il mio sangue si raggela. Provo una sensazione di soffocamento, il cuore è impazzito. Mi domando se ho avuto un’allucinazione, un abbaglio nella notte. La figura eterea di una donna vestita con un abito talare ottocentesco è sparita dietro l’angolo. Ne sono certo, si è trattato di un delirio mentale che in questa notte mi sta torturando. Deve essere per forza così, non può essere diversamente, perché io non credo ai fantasmi e sono convinto che esistano soltanto nell’immaginazione collettiva. Poi ho un sussulto e mi domando: e se mi stessi sbagliando? Decido di sollevarmi sulle gambe e m’incammino verso il lato del giardino nel quale un frutto orripilante della mia delirante immaginazione è scomparso dalla mia vista. Seguo il sentiero illuminato da piccole lampadine a energia solare e raggiungo l’angolo della lussuosa villa. Vorrei affacciarmi ma esito al solo pensiero di ritrovarmi a faccia a faccia con qualcosa che potrebbe spaventarmi a morte. Quando lo faccio, non vedo niente oltre a quello che dovrebbe già esserci. Il blu della piscina risplende nella notte e rende più luminoso tutto ciò che la circonda. Il gazebo circondato da fiori, solo e soltanto Ranuncoli rossi, i miei preferiti in assoluto e anche di mia…

Improvvisamente ricordo.

Ho avuto una brutta discussione con mia moglie e anche questa volta mi sono lasciato andare. Era da qualche tempo che non le mettevo le mani addosso, che non la colpivo e le facevo sanguinare la bocca. Adesso rimembro il furioso litigio e le sue urla quando la colpivo con le mie mani ruvide e legnose. Rimembro il suo pianto, il suo implorare a non colpirla perché nel grembo porta un figlio, il nostro bambino. Si chiamerà Jacob. Riaffiora in me l’ultima immagine che ricordo, vale a dire lei che getta alcuni abiti dentro una borsa e se ne va. Ed io la osservo senza avere la forza o più verosimilmente il coraggio di fermarla. Io so di essere un uomo marcio, una putrescenza che dovrebbe vivere in solitudine, così da non fare del male a chi amo. Forse è per tal motivo che l’ho lasciata andare via.

Noto una sagoma oltre la piscina e il gazebo e rimando il rammarico per quello che ho fatto, per il dolore che ho arrecato di nuovo alla sola persona che conta nella mia agiata esistenza. Faccio qualche passo in avanti e metto a fuoco la sagoma, sebbene il giardino perimetrale alternasse bagliore e penombra.

«Chi sei?» Urlo agitatamente. Non ottengo nessuna risposta e il timore accresce in me. «Vattene! Sennò chiamo subito la polizia.» Gli urlo ancora e al contempo penso alla pistola riposta nel cassetto del mio studiolo. Dovrei correre a recuperarla. L’uomo sembra non temere le mie minacce e si avvicina a me. Più che camminare sembra che stia danzando. È a pochi passi quando riesco a scandire il suo volto e caccio un urlo alienante sconcerto e terrore. L’uomo ha i capelli diradati, giusto qualche ciuffetto qua e là, la pelle putrefatta e gli mancano gli occhi nelle cavità orbitarie. Quella cosa è a pochi passi da me e alza le braccia per cercare di afferrarmi. Non posso fare altro che dargli le spalle e correre. Mentre fuggo, ho troppa paura per guardarmi indietro. Eppure sento che quella cosa mi sta inseguendo. Oltrepasso la porta e mi ritrovo tra le mura di casa. Sono nell’ingresso, se così si può definire vista l’ampiezza e il modo in cui ho deciso di arredarlo. C’è un tavolino di vetro, ben quattro poltrone di pelle, quella vera non sintetica come in molte case, una piccola scaffalatura piena di libri, romanzi per l’esattezza, perché non leggo altro, alcuni quadri che valgono migliaia di dollari e sopra la mia testa c’è un vecchio orologio che indica le quattro del mattino. Sento un gracchio, un infimo verso. Quella cosa è appena entrata nella casa. La porta davanti a me è spalancata e la oltrepasso correndo. Vorrei mantenere i nervi saldi ma non ci riesco, d’altronde chi potrebbe farlo nella mia stessa situazione. Davanti a me c’è la scala di legno che conduce al piano superiore, alle stanze da letto, ma io vado verso destra, in senso contrario a dove c’è la sala da pranzo e la cucina. Mi muovo agilmente nonostante nessuna lampadina stesse brillando nella casa. Sarà per la fretta di mettermi in salvo o forse per lo stato confusionale, ma non mi passa per la testa di provare a illuminare la casa. Individuo la porta in fondo al corridoio e mi affretto a raggiungerla.

Sono nel mio studiolo e mi ci barrico dentro. Il rintocco della chiave che ruota nella serratura si mescola con il mio affanno. Sto tremando dalla paura. Le gambe a malapena mi sorreggono. Mi accingo a raggiungere la scrivania e mentre la sto aggirando, sento dei tonfi che provengono dal corridoio oltre la porta che ho appena chiuso a chiave. Immagino quell’uomo putrefatto che prende a pugni la porta dello studiolo. Comunque è al di fuori e per il momento sono al sicuro. Afferro la cornetta del telefono e digitò velocemente sulla pulsantiera. Scopro che non c’è linea, il telefono è stato staccato. In preda al panico, apro ogni cassetto e frugo agitatamente. Non trovo la pistola, una semiautomatica da nove millimetri che acquistai lo scorso anno. Mi domando dove possa essere finita. Mi accuccio sul pavimento e piango come un bambino disperato, mentre i tonfi sulla porta si ripercuotono. La luce è spenta e l’unico bagliore proviene dalla finestra che si affaccia nel lato meno utilizzato del giardino, laddove c’è un prato sempre curato e alcune aiuole. Avevo scelto questa stanza come studiolo proprio per quel preciso motivo, per potermi affacciare alla finestra senza che nessuno mi potesse disturbare. I pensieri mi avevano fatto dimenticare la cosa oltre la porta che adesso non stava facendo più nessun fracasso. Mi rialzo in piedi e a piccoli passi mi avvicino alla porta. Poggio l’orecchio sulla porta e origlio. Un tetro silenzio mi mette ancora più angoscia dei tonfi di poco fa. Faccio per ruotare la chiave nella serratura con l’intenzione di sbloccarla e poi ci ripenso. Sono condizionato dal terrore. Vado alla finestra e il mio sguardo si perde all’esterno, poi penso e cerco di ricordare nella mia confusione mentale.

 Ero rientrato a casa che era quasi ora di cena. Dirigere un marchio del genere comporta tempo e fatica. Avevo trovato mia moglie nel salotto, stesa sul divano a guardare una stupida trasposizione cinematografica.

«Ehi cara, cosa c’è per cena?» Le avevo domandato mentre sibilavo affianco al divano, prima di correre sotto la doccia. Ricordo ancora le sue parole, dette senza nemmeno guardarmi in volto. «Merda! Vai a fare la doccia, intanto ti preparo qualcosa. Scusami ma non avevo fatto caso all’orario…» Un uomo torna esausto dal lavoro e nemmeno trova la cena pronta… Tal pensiero mi aveva immediatamente destato. Ero sfuggito su per le scale senza aggiungere nient’altro. Le mani già mi prudevano e non volevo che la parte cattiva di me prendesse il sopravvento. Sarah era al quarto mese di gravidanza ed era suppergiù quel lasso di tempo che non la rimettevo in riga. Sarah se ne stesse approfittando, della gravidanza intendo, perché da quella splendida notizia aveva spesso fatto la bambina cattiva.

Ero di sotto, seduto di fronte a una pizza surgelata che Sarah aveva cotto al forno e che sapeva di cartone. Già allora avevo perso le staffe e avevo iniziato a dare di matto, urlando come un uomo che deve rimettere in riga la bambina cattiva.

«È questa la cena che mi merito?» Sarah aveva scrollato le spalle senza rispondere ed io mi ero fatto del male, domandandomi se stesse con me per paura e per soldi o per vero amore, come quello che io provo per lei. Tal pensiero mi aveva fatto prendere fuoco. Avevo lanciato la pizza sul pavimento, insieme al piatto che era esploso in mille pezzi. Cocci ovunque. Poi avevo iniziato a sbattere i pugni sul tavolo e Sarah, impaurita, era corsa su per le scale con il mio bambino che sobbalzava nel suo grembo. Ero rimasto da solo a lottare con la bestia che dimorava dentro di me e non aspettava altro che riaffiorare.

Qualcosa passò davanti alla finestra e i ricordi si dissolsero. Indietreggio per la paura e mi chiedo se sto solo sognando oppure sto impazzendo. Il dolore fa dare di matto, questo lo posso comprendere… eppure non posso comprendere che cosa mi sembra di aver visto. Prima la donna in abito talare, poi l’uomo putrefatto e adesso una bambina con le trecce e il volto cadaverico che correva dietro a un gatto. Ho paura. Torno alla porta e faccio ruotare la serratura. Spingo leggermente la porta, quanto basta per scrutare nel corridoio. Non noto nessuno nelle tenebre che avvinghiano il corridoio. Esco dallo studiolo e premo l’interruttore della luce, come se soltanto adesso si fosse materializzato in quel punto, malgrado ciò, nessuna lampadina brilla sopra la mia testa. Non c’è corrente. Sono al buio e con delle terribili presenze a circondarmi. Cammino verso la scala senza avere il coraggio di aprire le tre porte che si susseguono nel corridoio. Ho persino il terrore di entrare nella sala hobby o nella lavanderia. Voglio tornare al piano di sopra e correre nella mia stanza da letto e dormire, cosicché possa mettere fine a quest’incubo. Che dico, davvero sono così convinto di essere un’anima spaurita dentro un incubo? Mi sembra tutto troppo percettibile perché sia un frutto del mio inconscio. In ogni caso nella mia stanza da letto ho lo smartphone e con quello posso chiamare i soccorsi.

Salgo i primi tre gradini ricoperti con della lussuosa moquette color mogano che nel chiaroscuro della casa non riesco a distinguere e il mio corpo s’irrigidisce alla vista dell’uomo putrefatto che mi sta aspettando alla fine della scala. Torno indietro e scappo verso la sala da pranzo, mentre lui gracchia qualcosa che non comprendo, parole incomprensibili che svolazzano nel vento. La sala da pranzo è come l’avevo lasciata alcune ore prima, anche i cocci del piatto sono ancora sul pavimento imbrattato di pomodoro. Dalle finestre penetra la luce esterna e mi domando com’è possibile che solo in casa non ci fosse corrente. Sebbene me la stessi facendo sotto, so che devo correre in cantina per controllare i generatori di corrente. Ho bisogno del telefono e al diavolo tutte le paure. Io sono un uomo duro e ferreo, non posso arrendermi così facilmente.

Esco dalla porta sul retro della cucina e corro nel giardino perimetrale. Mi ritengo fortunato perché sopraggiungo alla porta d’accesso senza imbattermi in nessuno di quegli ospiti indesiderati. Anzi, è arrivato il momento di chiamarli per quello che sono e per ciò che credo fermamente che siano, ossia Fantasmi.

Scendo nel seminterrato. Penetro nelle tenebre e un tonfo mi fa sobbalzare. La porta sopra la scala si è richiusa. Non voglio nemmeno domandarmi se è stato per colpa di un soffio di vento o per qualcos’altro. Vago nelle tenebre in cerca dei generatori. Già è un vantaggio sapere da che parte si trovano. Arrivo fin là senza essere inciampato su nulla e con la sensazione che non sono da solo nella cantina. Palpeggio davanti a me in cerca delle levette del generatore per capire se una di esse fosse stata abbassata. Non capisco… sono tutte come dovrebbero essere. Qualcuno mi sfiora una spalla e una putrida sensazione mi pervade. «Chi sei? Che cosa vuoi da me?» Urlo nelle tenebre. Come immaginavo non ho risposte, ma qualcuno è qui con me. Mi accuccio in un angolo, abbraccio le mie ginocchia e torno a perdermi nel logorante rimembrare.

Mi ero chiuso nello studiolo, credendo che un poco di solitudine mi facesse bene. Non puoi dargli una lezione, porta in grembo il tuo bambino, potresti danneggiarlo. Potrebbe morire senza vedere la luce. Mi ero ripetuto continuamente quella solfa e un paio d’ore erano trascorse così veloci. Poi ero andato di sopra, verso la stanza da letto. La porta era solo accostata e fuoriusciva un rivolo di luminosità divampata dall’abatjour. Avevo spinto la porta e Sarah era sul letto che mi fissava. Nei suoi occhi non avevo letto paura ma sfida. Questo fatto mi aveva fatto vibrare le mani. Prudevano, cazzo come prudevano. «Te ne stai approfittando… e questo non lo tollero. Capito brutta sciacquetta?» Gli avevo urlato con tono minatorio. Lei se ne stava in silenzio, mi fissava con astio e non emanava nemmeno una sillaba. Ricordo che non ci vidi più, mi avvicinai come una tigre feroce e la colpii in pieno volto con un violento pugno. Lei non aveva mugolato e chiesto perdono come le altre volte, come troppo spesso era accaduto in passato, questa volta no, mi fissava mentre un rivolo di sangue le colava dalla bocca. Belle le sue labbra carnose e rosee che adesso erano macchiate di quel corposo rossore. Bella Sarah con la pelle chiara e i capelli dorati. Ero indietreggiato un momento e le avevo urlato, sputacchiando saliva. «Farai ancora la bambina cattiva? Eh Sarah, la farai ancora?» Lei non aveva reagito e tal fatto mi aveva reso ancora più furioso e ovviamente manesco. «Cazzo Sarah! Ora ti tolgo quel ghigno dalla bocca!»

La porta sopra la scala si apre e si richiude, cigola e sbatte violentemente. Abbandono i ricordi e non le paure, poi torno a ergermi in piedi. Seguo il fragoroso andirivieni della porta e arrivo fino alle scale, dove inciampo ma allungo le braccia ed evito di sbattere la faccia. Salgo a carponi il resto dei gradini, mentre la porta continua a sbattere violentemente. Sono di sopra e mentre rifletto sul da farsi, il fantasma di una bambina ridacchia e passa a una spanna da me. Decido di inseguirla per saperne di più. Il fantasma della bambina con le trecce che svolazzano come fossero delle piume corre verso il giardino. Aumento il passo e in pochi attimi mi ritrovo di nuovo là fuori. Scorgo il fantasma della bambina che svanisce dietro il perimetro delle mura. Girò l’angolo, ora con curiosità e senza timore, e mi ritrovo a faccia a faccia con l’uomo putrefatto. Mi afferra, sento le sue mani che sprigionano rancore ed io cerco di dimenarmi. Lo sento, lo tocco, mi sembra tutto così surreale. Lui molla la presa ed io fuggo verso la piscina, dove noto la donna in abito talare che se ne sta in piedi sotto il gazebo e mi fissa.

«Andatevene!» Urlo nella notte. Penso a Sarah, alla donna che fuggendo dal vero mostro si è messa inconsapevolmente al sicuro. Provo invidia per lei che non deve vivere questo angosciante terrore. La mente si fa più lucida, si schiarisce come il cielo dopo un temporale, e rimembro il suo sguardo sconvolto.

Dovevo averla pestata per bene, perché Sarah aveva il volto tumefatto e sanguinante. Aveva implorato di fermarmi, ma io non le avevo dato ascolto. Ero troppo furioso per farlo. E poi le serviva una “lezioncina”. Ero sdraiato sul letto e avevo la testa poggiata sul cuscino. La stavo osservando mentre gettava abiti a casaccio nella borsa. Ogni tanto si voltava e mi guardava con ribrezzo. Io ero immobile e senza fiato a osservarla in quello che sapevo fosse un doloroso addio. Sarah aveva sfilato la vestaglia di velluto e pizzo che gli regalai qualche tempo addietro e l’aveva lasciata cadere sul pavimento. Mi odia ma non aveva provato vergogna nel mostrarmi il suo corpo nudo per l’ultima volta. Rimembro solo adesso che stavo boccheggiando dal dolore, perché sapevo di averla persa per sempre. Le avevo guardato la pancia che andava crescendo e dalla quale sarebbe nato il mio bambino. Poi lei si era ricoperta con un vestitino dai ricami floreali, aveva afferrato la borsa e se n’era andata.

Apro gli occhi e scopro di essere di nuovo sulla sedia di alluminio nel giardino. Il cielo inizia a illuminarsi di colori e la notte tormentosa e clandestina inizia a svanire. All’improvviso ravviso il roboante suono delle sirene. Sono certo che Sarah mi ha denunciato e che adesso stanno venendo ad arrestarmi per molestie e percosse. Il suono delle sirene si fa sempre più forte, ne deduco che ormai hanno raggiunto lo sterrato che conduce al cancello della mia dimora. Non ho nemmeno la forza di alzarmi per andargli incontro. Decido di attenderli. Sento delle voci, sono molte e si sovrastano fra loro. Gli agenti forzano il cancello ed io li lascio fare. Dovranno guadagnarselo il mio arresto. Voci e passi si susseguono. Mi volto e scopro che stranamente non si curano di me. Sono dalla parte opposta alla loro, eppure degli agenti dovrebbero avere più accortezza. È mai possibile che non mi abbiano notato?

Sei agenti di polizia fanno irruzione nella villa e spariscono dalla mia vista. Perplesso mi alzo dalla sedia di alluminio. Vedo il lampeggiare delle luci blu e rosse oltre il muro di cinta. Penso che potrei fuggire, ma per andare dove? Sarah ha fatto la bambina cattiva ed io l’ho rimessa in riga, però adesso è arrivato il momento di scontare la brama del mio insegnamento.

Entro in casa e sento le loro voci, sono al piano di sopra e confabulano qualcosa che da quaggiù non riesco a scandire. Salgo un gradino alla volta, lentamente, facendo accortezza a non evidenziare il minimo scricchiolio. Desidero prenderli alle spalle per farli sentire minuscoli nella loro ilarità. Arrivo di sopra e noto due agenti sulla soglia della mia stanza da letto, quella che fino alla notte scorsa apparteneva anche alla mia bambina cattiva. Si staranno domandando dove sia finito quest’uomo. Che idioti! Tuttavia decido che è arrivato il momento di presentarmi. «Sono qui, agenti.» Nessuno mi degna di alcuna attenzione. «Sono Matthew Cooper e non opporrò resistenza all’arresto.» Nessuno mi sente, nessuno si volta e accorre a farmi sentire il gelido delle manette che si avvinghiano sui polsi. Mi avvicino ai due agenti sulla soglia della mia stanza da letto. Loro si scambiano un’occhiata e sembra che mi facciano spazio per permettermi di passare. Metto un piede nella stanza da letto e rimango a bocca aperta. Sul letto c’è del sangue e il cadavere di uomo sui quaranta, di bell’aspetto e con i capelli castani. Ha un coltello conficcato nel petto, all’altezza del cuore. Inoltre ha gli occhi sbarrati e persi in un tetro rammarico. Quell’uomo sono io.

«Vieni qua che la lezione è appena iniziata!» Urlo e Sarah balza dall’altra parte del letto matrimoniale. Ha il sangue che le cola dalla bocca, ma non fa nulla per tamponarlo.

«Vattene! Non toccarmi mai più lurido bastardo!» Mi urla con quegli occhi ricolmi di rancore. In lei ravviso tutto il proprio odio, ma so io come rimetterla in riga. Aggiro il letto, ormai mosso dalla furia, certo che potrei anche strangolarla per quanto mi stanno prudendo le mani, e lei ci salta sopra. È in piedi ed è pronta a correre verso la porta. Non gli permetterò di darsela a gambe. Faccio per andare dal lato del letto che da sulla porta e poi mi lancio su di lei. Gli crollo addosso e inizio a colpirla in pieno volto. Lo faccio più volte, con furia, fino a quando ritengo che la lezione possa bastare. Poi mi lascio andare al suo fianco e cerco riprendere fiato. Credo persino di averle rotto un dente. Fa niente, il denaro non mi manca e un bravo dentista la rimetterà in sesto. Caduta accidentale, dichiarerò se qualcuno dovesse domandare. Io sono disteso sul letto e fisso il soffitto, sono sicuro che anche lei stia facendo la stessa cosa. Lo percepisco. Poi avverto del dolore e qualcosa mi penetra nel petto. Abbasso lo sguardo e scorgo che la sua mano stringe il coltello che mi ha trapassato il petto. Capisco che lo aveva nascosto sotto il cuscino ed era stata abilissima ad aspettare il momento opportuno per pugnalarmi a morte. Boccheggio. Mi manca terribilmente il fiato. Sento che la vita mi sta scivolando via. Osservo la mia Sarah che ripone in fretta e furia dentro una borsa alcuni abiti presi a casaccio dall’armadio. Poi indossa un vestito dai ricami floreali e mi guarda un’ultima volta prima di andarsene. Io sono morto qualche secondo più tardi.

Apro gli occhi e mi ritrovo seduto sulla sedia di alluminio nel mio giardino. È notte fonda. Mi sollevo sulle gambe e non ho paura, soltanto rimpianto per la mia anima, perché adesso so di essere un fantasma che è destinato a vagare per l’eternità.

Biografia dell’autore: 

Mi chiamo Angelo Vertolli e sono nato a Roma il 24/12/1983, nel quartiere di Ostia Lido.  Fin da quando ero bambino, adoravo inventare storie, trame e personaggi. Infatti, a quei tempi ogni singolo gioco viveva dentro una storia ogni volta ben caratterizzata. Tutt’oggi mi è rimasta dentro quella grande passione, anzi cresciuta con il trascorrere del tempo, e grazie alla quale mi sto impegnando a scrivere storie. Sono un patito di horror, fantascienza e noir, generi in cui sto basando i miei romanzi. Devo dire che per me scrivere un romanzo è paragonabile a un piacevole viaggio, dove aspetti con ansia il giorno della partenza, conosci alla perfezione il giorno del rammaricante rientro, ma tutte le emozioni vivono dentro di esso, di fianco a quei personaggi immaginari che lì vivono la loro esistenza. Spero che la mia passione riesca a interessare i lettori, portandoli a vivere le mie stesse emozioni e soprattutto quelle dei personaggi dentro i miei romanzi che con lo sfogliare delle pagine vivono la loro seppur breve vita. Al momento ho scritto quattro romanzi e sto lavorando a un altro. Tra le mie opere troviamo: Caro amico Jack, un noir ambientato in una distratta New York, I misteri di Yorktown e Oscure presenze a Yorktown, i quali sono i primi due romanzi di una trilogia, e Incubo a Melezzole, un horror ambientato in un paesino dell’Umbria.

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