Sindrome di Stoccolma

La SINDROME DI STOCCOLMA è il nome di una particolare condizione psicologica che induce le vittime di un rapimento ad avvertire una dipendenza psicologica o affettiva nei riguardi del proprio sequestratore.

Sindrome di Stoccolma

Il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti subiti (i quali possono manifestarsi sotto episodi di violenza fisica, verbale o psicologica), prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice.

La Sindrome di Stoccolma rappresenta un paradosso del comportamento umano: infatti la vittima avverte simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e talvolta perfino amore nei confronti del sequestratore, quando invece sarebbe più logico che provasse odio, avversione, antipatia, volontà di non assoggettarsi.

Sebbene gli esperti la descrivano come una condizione psicologica, la Sindrome di Stoccolma non presenta i requisiti indispensabili per rientrare nei manuali di psichiatria e nemmeno in una classificazione psichiatrica relativa alle malattie mentali.

Cause della sindrome di Stoccolma

Iniziamo col precisare che la Sindrome di Stoccolma non deriva dalla scelta di farsi amico il sequestratore onde evitare una sorte peggiore, ma da un riflesso automatico. Questo “legame positivo”, in qualche modo involontario, interessa, indistintamente, sia l’ostaggio sia il carceriere: cementando sempre più il legame tra i due.

Nella Sindrome di Stoccolma ricorrono sempre 4 elementi:

1) Sviluppo, da parte dell’ostaggio, di sentimenti positivi nei confronti del sequestratore.

2) Nessuna precedente relazione tra ostaggio e rapitore.

3) Sviluppo, da parte dell’ostaggio, di sentimenti negativi nei confronti delle autorità governative preposte al salvataggio.

4) Fiducia dell’ostaggio nell’umanità di chi lo sequestra.

Pensate che dalla banca dati dell’FBI statunitense risulta che circa l’8% degli ostaggi ha manifestato sintomi della sindrome di Stoccolma.

A liberazione avvenuta, la Sindrome di Stoccolma può condurre la vittima a:

1) rifiutarsi di testimoniare contro il rapitore.

2) sentirsi in colpa per la carcerazione del sequestratore.

3) fare visita in carcere al suo o ai suoi rapitori.

4) rimanere ostile nei confronti della polizia e delle altre autorità governative con compiti analoghi.

5) organizzare una raccolta fondi per aiutare il rapitore rinchiuso in galera.

Origine del termine “Sindrome di Stoccolma

La Sindrome di Stoccolma deve il suo nome a un sequestro di persona avvenuto in Svezia il 23 Agosto del 1973, quando Jan-Erik Olsson (un trentaduenne evaso dal carcere di Stoccolma) e il suo complice tentarono una rapina alla sede della Sveriges Kreditbanken di Stoccolma e presero in ostaggio 3 donne e un uomo.

La prigionia e la convivenza forzata degli ostaggi con il rapinatore durarono oltre 130 ore al termine dei quali, grazie a gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, i malviventi si arresero e gli ostaggi vennero rilasciati senza che fosse eseguita alcuna azione di forza e senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte del sequestratore.

Pensate che durante la prigionia gli ostaggi temevano più la polizia che gli stessi sequestratori. La Sindrome di Stoccolma prese vita probabilmente a seguito di vari esempi di gentilezza da parte dei rapitori, come quando Olsson diede una giacca di lana all’ostaggio Kristin Enmark per il freddo o la calmò a seguito di un brutto sogno e le permise di camminare fuori dal caveau collegata però a una corda di una decina di metri.

Quando gli ostaggi furono liberati si preoccuparono dell’incolumità dei propri carcerieri e dopo essere usciti dall’edificio, si abbracciarono con loro. Anche successivamente le vittime continuarono a provare sentimenti apparentemente irrazionali nei confronti dei rapitori. Accadde persino che una delle vittime divorziò dal marito e si sposò con uno dei rapinatori.

Dopo pochi mesi dai fatti, gli psichiatri soprannominarono lo strano fenomeno come “Sindrome di Stoccolma”, intesa come una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma di essere una vittima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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