L’amico di famiglia

L’AMICO DI FAMIGLIA di Angelo Vertolli è un racconto horror presente nell’antologia di racconti horror del 2018 edita da Historica Edizioni.

L'amico di famiglia

Erano giorni che non sognava o meglio dire non aveva avuto degli incubi. La sua vita, tremendamente difficile e piena di traumi infantili e non, l’aveva talmente destata che ormai da sempre temeva di addormentarsi e cadere in uno di quei terrificanti incubi che rimembravano un duro passato. Eppure qualcosa era cambiato, niente sogni e niente incubi.

Susy aveva appena compiuto vent’anni ed era una donna come tante, soltanto più problematica. Il giorno più bello della sua vita era stato quando aveva compiuto diciotto anni, non per la torta e la canzonata d’auguri, ma perché aveva appena acquisito la libertà. La notte del proprio compleanno aveva racimolato poche cose in uno zaino ed era scappata da casa.

Tra notti insonni alle stazioni dei treni, a compagnie poco raccomandabili, Susy aveva lasciato il sud ed era stata accolta in casa da una zia che si era subito dimostrata premurosa. Un anno era trascorso serenamente, fin quando un uomo, un amico di famiglia, prese a frequentare quella casa. Lui le aveva messo gli occhi addosso, più volte Susy si era accorta che la scrutasse in modo inequivocabile. A lei non piaceva e oltretutto aveva quasi il doppio dei suoi anni. Tuttavia un giorno sua zia le riferì che non sarebbe più potuta restare lì e che avrebbe dovuto trovarsi un’altra sistemazione. Parenti come serpenti. Lei non aveva un reddito per sostentarsi e sua zia la spinse tra le braccia di quell’uomo. Forse gli doveva un favore? Chissà. Susy, giovane donna e molto fragile, su pressione della zia finì per accettare e andò a vivere con l’amico di famiglia.

I pianti isterici nei momenti di solitudine, gli incubi e un uomo che non amava, solo in parte furono rinfrancati dalle passeggiate mattutine e dalla brezza marina. Quando lui andava a lavorare, lei si rasserenava, poi il resto della giornata era come vivere nell’inferno in terra. Non perché lui la maltrattasse, ma perché quella non era la vita che aveva sognato. Prima prigioniera di un padre padrone che non esitava mai a lesinarle delle cinghiate e adesso prigioniera di un uomo che per lei era soltanto un amico di famiglia. La vita di Susy era come un treno che aveva deragliato.

Eppure Susy era maturata e aveva deciso di provare a rimettere in carreggiata la propria vita, ricercando un’indipendenza da sempre agognata. Era stato durante le mattinate di quella calda estate, nei suoi momenti di solitudine, che aveva iniziato a raddrizzare la propria vita. L’iscrizione all’ufficio di collocamento l’aveva fatta talmente gioire da condurla a brindare con un bicchiere di prosecco. Proprio lei che con gli alcolici non ci andava a nozze. Poi un giorno arrivò una telefonata che la fece esplodere di gioia, forse a breve avrebbe avuto un lavoro. E fu allora che scomparvero i sogni e anche gli incubi. Lei che era mattutina si svegliava negli orari più inusuali e ultimamente erano sopraggiunti anche i mal di testa. Le stava accadendo qualcosa, se lo sentiva, ma non riusciva a capire. Era tutto così strano, tanto da spaventarla più della vita dura che aveva sempre dovuto sopportare.

Era tardo pomeriggio quando mise a fare il caffè. Lo avrebbe accolto con calore, diversamente dal solito, per poi dirgli qualcosa che non gli avrebbe di certo fatto piacere. Tuttavia Susy era convinta che comprendesse o altrimenti chi se né importa, avrebbe dovuto comunque accettarlo. Ormai era una donna, non sarebbe un’altra volta scappata nella notte come un ratto in fuga da un gatto.

Il cuore le sobbalzò in gola quando seduta in cucina ravvisò la porta aprirsi. Si affrettò a versare il caffè ancora caldo in una tazzina, lo zuccherò e lo posò sul tavolo. Lui ne fu felice, la baciò sulle labbra e ancora sudicio per il lavoro andò a sedersi.

«Devo parlarti…» Bofonchiò Susy mentre lui sorseggiava il caffè.

«Ti è forse accaduto qualcosa, eh mia cara Susy?» Disse lui con tenerezza. Susy era spaventata, le sembrò di essere ritornata quella bambina terrorizzata dalla cintura di suo padre. Ricordò quando veniva colpita con ferocia e maltrattata e rinchiusa nello sgabuzzino sotto gli occhi indifferenti di una donna che con molta difficoltà riusciva a chiamare mamma. Odiava più la sua indifferenza che la ferocia di un padre padrone. «Ho trovato un lavoro…» Lui la guardò con sospetto. «Appena percepirò il primo stipendio, intendo andarmene da qui.» Susy si aspettava che lui dicesse qualcosa, invece la fissava con uno sguardo furioso ma non incredulo. Non sembrava sorpreso, era come se già sapesse. «Io ti ringrazio per esserti preso cura di me… però sai che non ti amo. Perdonami… questa è la mia decisione.» Lui continuava a fissarla, era furioso, poi lanciò la tazzina sul muro e si trasformò in un mostro, un demonio a suo dire.

«Io mi sono preso cura di te! Io ti ho dato una casa e da mangiare e il mio amore! Tu non puoi lasciarmi, non puoi!»

«Non fare così, ti prego.» Borbottò Susy mentre le lacrime avevano già iniziato una frettolosa discesa sulle sue guance.

«Zitta! Stai risvegliando il demonio e lui è molto cattivo. Non vuoi davvero avere a che fare con il demonio, vero mia cara Susy?» «Mi stai spaventando.» Disse lei tra le lacrime interminabili. «Allora dimentica questa idea! Vai a riposarti un po’, penso io alla cena.»

Susy si risvegliò con un lancinante dolore alla testa. Guardò la sveglia riposta sul comodino e scoprì di avere dormito troppo, mezzogiorno era trascorso da alcuni minuti. Barcollando raggiunse il bagno e si diede una rinfrescata al volto. Non si sentiva bene e oltretutto non ricordava quasi nulla della serata precedente. Una vaga immagine di sé la ritraeva in cucina, spaventata e rabbiosa, poi nulla più. Susy non riusciva proprio a capire cosa le stava accadendo. Barcollando per la casa, si soffermò davanti alla porta e pensò di fuggire, proprio come aveva fatto già una volta. Era spaesata ma ricordava vividamente lo sguardo furioso di chi diceva di amarla. L’amore, fu quel sentimento che lei ancora non aveva mai scoperto a farla desistere dalla fuga e aspettare che iniziasse a lavorare e avesse un gruzzoletto per il proprio sostentamento. Lui la amava e non le avrebbe mai fatto del male. Susy non poteva ancora immaginare che il male, quello feroce e spietato, avesse già preso piede.

Quella sera Susy non aveva riaperto il discorso del giorno prima e lui sembrava essere tornato l’uomo di sempre. Aveva ripreso a guardarla con amore, celando nell’oblio la furia che lei per la prima volta aveva scoperto. Susy avrebbe finto per qualche mese e poi per la prima volta da quando venne al mondo, avrebbe preso possesso della propria vita. Avevano cenato insieme, qualvolta sorridendo e poi lei si era rintanata nella stanza da letto per finire le ultime pagine di un romanzo. Lui, invece, era uscito per comprare le sigarette e probabilmente si sarebbe bevuto anche qualche campari. D’improvviso ravvisò dei passi e un’ombra serpeggiò il corridoio antistante alla stanza da letto. Il sangue nelle vene si raggelò. Il cuore pompava a tutta forza e sudava freddo e tremava. Susy era spaventata. Con delicatezza posò il romanzo sul comodino, senza nemmeno mettere il segno, e scivolò sul pavimento. Aggirò il letto e raggiunse la porta spalancata della stanza da letto. Tremante si affacciò nel corridoio e qualcosa le se aggrovigliò attorno alla gola. Susy faceva fatica a respirare, il dolore era quasi insopportabile, le forze iniziavano a mancarle, il suo sguardo era vitreo sull’ombra che la stava uccidendo. Non un uomo, non un essere mortale, ma un’ombra nel crepuscolo.

Susy si risvegliò e la testa le scoppiava. La sua memoria era frammentata e aveva più vuoti che ricordi della giornata precedente. Era spaventata. Che fosse arrivato il momento di rivolgersi a un medico?

Intontita, riuscì a fare una doccia, mandò giù un tramezzino con il prosciutto cotto e tornò sul letto. Pensò che probabilmente ci sarebbe morta su quel letto, ne era più che convinta, stava troppo male. Provò a riposarsi un po’ ma non ci riuscì, i pensieri di una tragica vita le scorrevano davanti come un vecchio film. Con fatica raggiunse il bagno, spaventata, aveva come la sensazione di essere osservata. Rinfrescò ancora il viso e quando si guardò allo specchio, si convinse a correre da un medico. Nello specchio fissava un pallido spaventapasseri, con occhiaie violacee e i capelli bruni. Era lei e sembrava un cadavere ambulante.

Tornò nella stanza da letto e aprì l’armadio in cerca di qualcosa da mettersi addosso per uscire. Sfilò da una delle stampelle un vestitino estivo con dei ricami floreali e in un baleno lo indossò. Poi qualcosa attrasse la sua attenzione. Susy notò che un pezzo di stoffa impedisse a un’altra anta dell’armadio di chiudersi. Così afferrò il pomello e tirò a sé, poi si perse tra gli abiti dell’uomo cui ben presto avrebbe detto addio. Susy non sapeva cosa l’avesse spinta a frugare voracemente tra gli indumenti dell’uomo, ma quando aveva trovato le scatole di sonnifero occultate nella pila di maglioni che prima della stagione invernale non avevano motivo di essere spostati, rimase allibita. D’improvviso sapeva da cosa derivassero i propri malesseri. L’uomo le stava somministrando dei sonniferi che ben presto, aumentando sempre di più il dosaggio, l’avrebbero condotta alla morte. Susy era terrorizzata, ma adesso sapeva cosa dovesse fare. Fuggire senza mai guardarsi indietro, proprio come aveva già fatto una volta, e andare dove lui mai avrebbe potuto trovarla.

Susy aveva chiuso il borsone riempito con lo stretto necessario, quando le se raggelò il sangue. Qualcuno aveva aperto la porta.

«Tesoro, oggi sono tornato prima.» Mormorò lui e lei si sentì morire dentro. Susy fu lesta a fare scivolare il borsone sotto il letto, dovette spingerlo con irruenza per farlo passare, tantoché alcuni passi si accinsero a raggiungerla. L’uomo intendeva sapere cosa stesse facendo la donna che diceva di amare. «Che cosa fai è tesoro?» Domandò lui appena mise un piede nella stanza da letto. «Nulla…» Bofonchiò Susy, terrorizzata. Avrebbe finto di nulla, buon viso a cattivo gioco, e poi quella notte sarebbe volata via come una farfalla libera e leggera. «Hai trovato i sonniferi, vero?» E Susy sprofondò nel tenebroso oblio.

L’uomo la afferrò e la lanciò sul letto. Susy provò a cacciare un urlo che sperò sentisse tutto il vicinato, ma poi la sua mano ruvida e legnosa glielo impedì. Le aveva tappato la bocca con la mano destra e con la sinistra le aveva afferrato la gola e stava stringendo. «Stai zitta o ti uccido!» Bisbigliò lui prima di mollare la presa. Adesso Susy ansimava per riprendere fiato e dai suoi occhi verdi colavano lacrime di paura e dolore. «Tesoro ti avevo avvisato che io sono un demonio, ricordi? Saremmo potuti essere felici insieme e invece mi stavi lasciando… credevi che non né sapessi nulla? Tesoro, io sono un demonio, a me non sfugge nulla.» Di colpo l’iride dell’uomo da castana divenne rossa, tra i lunghi capelli neri sbucarono due corna da diavolo, le unghie divennero artigli e la sua espressione facciale mutò completamente. L’uomo con cui Susy aveva convissuto perché costretta da una famiglia senza cuore, non blaterava quando affermava di essere un demonio, lo era davvero.

Al demonio bastò un leggero movimento per lacerarle la gola con i propri artigli. Susy stava morendo dissanguata e lui rideva di cuore. Quelle risate erano pura inquietudine che echeggiava nella stanza. Susy morì con il rammarico di non avere mai assaporato il gusto della libertà.

Carmela era al quinto mese di gravidanza e sarebbe diventata una ragazza madre, poiché il padre aveva deciso di non assumersi le proprie responsabilità. L’inaspettata gravidanza le aveva procurato un brusco litigio con la famiglia, ottusi e retrogradi a suo dire, ed era così andata a vivere da una sua cugina. Quel pomeriggio estivo rincasò dopo una breve passeggiata e sentii un parlottio provenire dalla cucina. Raggiunse le voci nella casa e quando entrò in cucina, suo zio la guardò e le parlò.

«Vieni cara che ti presento un amico di famiglia.»

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